Luigi Caratelli – Siamo abituati dalla televisione ad alterare la nostra percezione della realtà. Molte serie tv sono introdotte da un’avvertenza che suona…

Luigi Caratelli – Siamo abituati dalla televisione ad alterare la nostra percezione della realtà. Molte serie tv sono introdotte da un’avvertenza che suona più o meno così: «I fatti e i personaggi evocati in questo programma sono puramente immaginari». Per questo articolo una sola avvertenza: «I fatti e i personaggi sono tremendamente reali». Dolorosamente reali.
Sono ormai decenni che ho la possibilità di visitare le chiese, per i più svariati motivi. Chiese composte da persone «reali», con problemi «reali». Tremendamente e dolorosamente reali. Comunque diffusi in tutte le chiese, di qualsiasi denominazione.
Ma, sempre all’interno delle stesse chiese, vivono la loro esperienza di fede anche molti fratelli e sorelle che sono capaci di illuminare quanti vengono a contatto con loro. Al loro ricordo mi riferisco quando decido di credere ancora nella mia chiesa; senza di loro la nostra chiesa sarebbe decisamente un’altra. Tremendamente e più dolorosamente peggiore.
Comunque, non sempre la chiesa è l’anticamera del cielo. Come mi avevano insegnato i «vecchi» all’inizio della mia esperienza nell’opera di Dio, nei locali di culto si sente pregnante l’odore inconfondibile delle corsie ospedaliere. La chiesa è un ospedale, dicevano. E avevano ragione.
A volte è pure un campo di battaglia. Le più belle epistole del Nuovo Testamento sono state scritte per redarguire, consigliare, educare qualcuno che, all’interno del recinto sacro, ama spesso farsi accompagnare dalle armi dell’invidia, della critica, del dissenso a tutti i costi. Epistole mirabili, con consigli risolutori.
Sì, la chiesa è un lazzaretto di poveri peccatori, malati nell’anima; ma come arrendersi alla mediocrità senza tradire la speranza del Salvatore: «Che essi siano uno!». Eppure, quel ritaglio di cielo che è la chiesa, ancora oggi soffre proprio per mancanza di unità.
Il problema, lo ammettono tutti gli osservatori nei vari campi di studio sui fenomeni sociali, è trasversale a ogni gruppo: non solo religioso, ma anche politico, associazionistico in ogni sua forma e fine. Gesù lo aveva «capito» benissimo. E aveva offerto la soluzione: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Aveva cioè anticipato tutte le moderne scoperte della psichiatria e della neurologia; grazie alle quali sappiamo che il nostro stesso cervello è un’unità composta. Composta da due aree opposte: la sinistra, alla quale competono soprattutto le funzioni dell’analisi, della logica, della schematizzazione e della classificazione, una mente da casellario insomma; e la destra, che sovraintende e ordina le funzioni dell’intuito, della creatività, della fantasia, da studente di Belle Arti, potremmo dire.
Martin Luther King, commentando l’espressione di Gesù nel suo libro «La forza di amare», dice che limitarsi a coltivare le sole qualità della colomba (parte destra del cervello), può farci affogare nella palude del sentimentalismo; rendendoci pronti sì all’emozione a mille colori, ma per spegnersi subito sotto una micidiale dose d’incoerenza e inaffidabilità. Per contro, coltivare esclusivamente le qualità del serpente (parte sinistra del cervello) ci porterebbe sì a essere calcolatori ma con il pericolo della deriva nei ristagni affettivi della freddezza, del cinismo e dell’indifferenza per i problemi altrui.
Trasportando questi concetti nella dimensione della vita ecclesiastica potremmo aggiungere un altro binomio: il liberalismo e il fondamentalismo. Disubbidendo alla volontà del Signore, il quale vuole che siamo pienamente soddisfatti di noi stessi, fino a crescere a una «statura perfetta», molti di noi preferiscono stazionare, vita natural durante, nell’una o nell’altra area considerandola, senza sconti, la perfezione assoluta, alla quale tutti dovrebbero conformarsi. Ciò implica una polarizzazione e un appiattimento che, purtroppo, inquina irrimediabilmente la visione della vita, la comprensione delle ordinanze ecclesiastiche e, peggio ancora, l’interpretazione della stessa Parola di Dio. Tale deriva porta inevitabilmente a «scannarsi» fraternamente, e oggi, miracoli della tecnologia, a spararsi fucilate, sempre a difesa della «verità», servendosi delle autostrade di Facebook; non certo l’ambito migliore per dirimere le controversie tra fratelli.
Gesù aveva consigliato l’integrazione degli opposti: la coabitazione, la sintesi, il dialogo. Certamente, lo dice la scienza, non si può essere, non solo maturi, ma genuinamente e «tecnicamente» umani, se funziona una sola area del cervello tacitando o annullando quella opposta: un essere così sarebbe soltanto uno squilibrato, e in lui non potrebbe svilupparsi la vita normale. Per Gesù gli opposti non sono da considerarsi qualità fine a se stesse, isolate, autoreferenziali. No, per Gesù gli opposti, anche se marcati, sono doni grazie ai quali costruire l’uomo maturo e la chiesa matura. Invece ognuno si specializza nel coltivare il proprio orticello, dove non trovano posto le sementi dell’altro. Per dirla senza giri di parole e nel linguaggio biblico: questo è alto tradimento del messaggio profetico, e quindi storico, assegnato alla chiesa.
Una chiesa investita di una missione equiparabile a quella dell’antico profeta Elia. Di lui dice Malachia, proiettandone la missione personale nel futuro comunitario della chiesa di ogni secolo e inventando la figura dell’Elia «escatologico»: «Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri» (Mal 4:6). Una missione che prevede come strategia vittoriosa l’unificazione, la conciliazione degli opposti. Colombe e serpenti insieme, liberali e fondamentalisti in comune accordo. Jaques Doukhan, teologo avventista, dice della sua chiesa, ma il discorso potrebbe essere rilanciato da ogni denominazione: «La Chiesa avventista dovrebbe piuttosto svolgere il ruolo profetico assegnatole incarnando Elia… questo Elia sarà capace di favorire la riconciliazione», degli opposti, aggiungo io. Questa opera di conciliazione e di incontro tra le anime della chiesa dovrebbe essere un compito primario, vitale, da attuare con urgenza; allora molti steccati cadranno, i pregiudizi si disintegreranno e una nuova comprensione della missione illuminerà molte menti. Una luce che, giustamente, come rileva Ellen G. White: «Noi possiamo ricevere… solo se ci svuotiamo di noi stessi» (La speranza dell’uomo, p. 118). Solo se, citando ancora Malachia: «… quelli che hanno timore del Signore si sono parlati l’un l’altro», cioè si sono incontrati e si sono ascoltati, perché, addirittura «il Signore è stato attento e ha ascoltato» (Mal 3:16). Sì, il Signore ci dà l’esempio, per iniziare un cammino di comunione: ascoltare; ma con «attenzione».
Ricordo che più volte, nel mio ministero, sono stato sollecitato a schierarmi, a specializzarmi: o l’una o l’altra, mi dicevano. Considero il mondo malato di specializzazione: tutti sono specializzati in qualcosa e, inevitabilmente, perdono di vista il movimento unificante che scorre sotterraneo in ogni sana relazione sociale. Specializzarsi è cosa buona senz’altro; schierarsi pure, a volte. Anch’io, secondo i miei talenti, mi sono schierato: dalla parte dell’amore, della visione includente e accogliente.
La chiesa ha estremo bisogno sia dei liberali sia dei fondamentalisti; come ha bisogno delle colombe e dei serpenti; dei «destroidi» e dei «sinistroidi» (neurologicamente parlando). Perché ognuno degli opposti ha una particolare visione delle cose che, per sua naturale funzione, dovrebbe essere votata all’incontro, alla crescita, all’arricchimento reciproco. Gli opposti che dialogano costruiscono una chiesa matura. In caso contrario si favorisce la disintegrazione.
E gli opposti, portati all’esasperazione, all’estremizzazione, disgregano: che siano di stampo liberale o fondamentalista. E diventano un peccato imperdonabile. Ecco il nocciolo della questione: le estremizzazioni, che costringono l’altro alla prudenza, al rifiuto e al ripiegamento sulle proprie posizioni ritenute meno scandalose del concorrente.
Gottfried Oosterwal, sociologo avventista, nel corso di un seminario tenuto a dei pastori, ha rilevato che la nostra chiesa si fonda su tre pilastri fondamentali: 1. l’opera sanitaria-socio-educativa, e chiosava che «qui siamo secondi solo alla chiesa cattolica, che in tali campi è inarrivabile»; 2. l’evangelizzazione, «e qui siamo secondi ai Testimoni di Geova»; 3. l’amore fraterno, «e qui – concludeva – dovremmo cercarci molto più in basso nella classifica». Grandi opere, tanto attivismo, progetti stratosferici… e l’amore? Spesso lasciato a casa perché non spendibile sul mercato della concorrenzialità.
Eppure l’amore dovrebbe essere l’ospite d’onore che per primo dovrebbe varcare la soglia delle nostre comunità: tutto il resto… è optional. Di lusso, ma sempre optional. O comunque bene di accompagnamento. L’amore dovrebbe entrare per primo nei bisogni della comunità. Dovrebbe essere in attesa di ognuno che varca quella soglia. Come soleva fare un fratello, tanto riservato che, se lo nominassi in quest’articolo, rischierei di farlo sprofondare nell’imbarazzo. Lui, membro qualsiasi di una nostra comunità in Italia, arrivava per primo in chiesa e si sedeva nella panca vicino all’entrata. Un sabato mattina lo incontrai e gli chiesi conto della sua puntualità. La sua risposta mi parve come un aforisma confezionato in cielo e regalato agli uomini dall’Amore eterno, quasi stentavo a credere fosse vero. Mi disse che lui anticipava tutti perché aveva così la possibilità di veder entrare nel luogo di culto, uno dopo l’altro, i fratelli e le sorelle, e che si soffermava con interesse a scrutare i loro volti. «Cerco di capire – concludeva – chi dei miei fratelli ha il volto triste o preoccupato, credo che sia nel bisogno, e allora gli starò vicino per tutto il sabato». Non era un uomo anziano, ma un giovane, anche se abbastanza maturo. A riprova che si può essere emissari dell’amore non soltanto quando si è sulla soglia della pensione, per raggiunti limiti di saggezza, ma anche in giovane età.
Ecco uno che, forse inconsapevolmente, ha assunto e incarnato il ruolo di Elia. Non seminatore di discordia ma ponte sicuro per i percorsi dell’amore, quindi della riconciliazione. Di tutti gli opposti possibili.
Un altro di questi cari fratelli – molto più numerosi di quanto si pensi – mi disse di aver letto quanto scritto da un pastore su un soggetto di teologia. Non riusciva ad accettare quelle argomentazioni: le credeva sinceramente non al cento per cento bibliche. Al che, non potendo tenersi in cuore la cosa incontrò il fratello teologo e gli disse: «Non sono d’accordo su quanto hai scritto, ma ti voglio abbracciare lo stesso». Buonismo? No, perché quel fratello perplesso aveva avuto cura di confidarmi: «L’ho fatto perché amo qualunque mio fratello. Perché rispetto chiunque». Ha scritto Dostoevskij: «La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera».
La nostra chiesa dovrebbe accorgersi di questi silenziosi Elia. Anzi, la chiesa tutta dovrebbe mettere al primo punto di un comitato di evangelizzazione, interna ed esterna: «Calcare le orme di Elia».
Io ho un sogno (permettetemi il plagio poco elegante e vergognosamente scontato a Martin Luther King): vedere la mia chiesa strabordante di «colombe» e di «serpenti», di «liberali» e di «fondamentalisti», finalmente integrati. Chiese ricolme, come da «sogno profetico» (questo sì privo di plagio o retorica), di «Elia» che tendono le mani sia verso i «padri» sia verso i «figli».
Ora ci siamo: schierati sì, ma dalla parte dell’amore.




