Del perché anch’io “sono” Charlie

Vita di Chiesa

Hopemedia Italia
Del perché anch’io “sono” Charlie

Il significato ultimo dell’immedesimazione con la vittima e le potenziali conseguenze di un atteggiamento di terzietà Davide Romano – All’indomani della strage del 7 gennaio a Parigi, nella quale fu

N2-charlie-hebdo
N2-charlie-hebdo

Il significato ultimo dell’immedesimazione con la vittima e le potenziali conseguenze di un atteggiamento di terzietà

Davide Romano – All’indomani della strage del 7 gennaio a Parigi, nella quale fu sterminata pressoché l’intera redazione del giornale satirico Charlie Hebdo a colpi di kalashnikov da due ragazzotti francesi molto convinti delle loro idee, benché confuse – visto che non avevano, a quanto sembra, letto quasi nulla del Corano e non conoscevano bene neanche il numero civico di coloro che si accingevano a massacrare – molti, in Francia e altrove, hanno cominciato a recitare istintivamente il mantra: Je suis Charlie Hebdo.

Probabilmente il refrain in questione, che ha conosciuto molteplici adattamenti, ha avuto origine da una famosa frase pronunciata dal presidente degli Stati Uniti, J. F. Kennedy, il 26 giugno 1963, quando, in visita a Berlino Ovest – tagliata in due dal muro voluto dai regimi comunisti e pericolosamente esposta ad una possibile invasione sovietica – affacciato dal balcone del municipio su Rudolph Platz, in quel memorabile discorso di vicinanza e di solidarietà con la città che incarnava in quel momento la resistenza della libertà ai regimi totalitari, ebbe a dire per ben due volte: ich bin ein berlinerio sono un berlinese!

Già allora, secondo alcune testimonianze, il suo consigliere diplomatico sbottò: presidente, credo che si sia spinto troppo oltre!

Grosso modo alla stessa maniera, anche se con alcuni giorni di ritardo dalla strage parigina, un novero crescente di originalissimi pensatori e commentatori hanno cominciato a prendere le distanze dal refrain: Je suis Charlie Hebdo, e hanno, pur con molte precisazioni, proferito il motto inverso: No, Je ne suis pas Charlie Hebdo.

Il primo a marcare pubblicamente la sua distanza da Charlie è stato il leader della destra francese Jean- Marie Le Pen; ma almeno lui non aveva dovuto cambiare idea.

In diversi, in seguito, hanno invece cambiato versione perché semplicemente non avevano mai visto una vignetta del giornale satirico, dunque, dopo averne preso visione nei giorni seguenti, inorriditi, hanno “ritrattato” ogni immedesimazione con il giornale satirico, salvo confermare lo sgomento e la contrarietà alla strage. Ovviamente. Il più illustre di coloro che in Italia hanno recentemente preso le distanze da ogni possibile immedesimazione con Charlie è stato il decano del giornalismo Eugenio Scalfari, sul suo editoriale domenicale.

Anch’ io ho preso per la prima volta visione delle vignette satiriche di Charlie Hebdo diversi giorni dopo: ne sono rimasto effettivamente colpito, ma non ho cambiato idea: je suis Charlie Hebdo! E vi spiego brevemente perché.

Associarsi e perfino immedesimarsi con i redattori e gli autori della rivista satirica, nel momento in cui costoro sono stati in gran parte sterminati a causa di ciò che scrivevano e disegnavano, non vuol dire sillogisticamente condividere la linea editoriale del giornale o le vignette che esso pubblicava. Personalmente, per quelle che ho potuto visionare, le considero eccessive, spesso volgari e inutilmente irritanti.

Ma questi giudizi stanno sul piano delle valutazioni estetiche e forse, in taluni casi, delle valutazioni etiche – perché certamente esiste anche un’etica della comunicazione, persino nell’arte – non tuttavia su quello delle pallottole.

La satira può, per suo stesso statuto, essere graffiante, corrosiva, inopportuna, giungere nei pressi dello sberleffo anche dissacrante; rimane tuttavia quel che è: l’espressione artistica o poetica di un sospetto ideologico su un fenomeno umano, sia esso politico, religioso o d’altro tipo. La satira talvolta offende, insinua, irride, ferisce; ma non uccide! E non ha la pretesa di dire il vero su ciò che raffigura. La satira, non ha pretese veritative.

Anche sotto la croce del Cristo – se vogliamo- si fece della satira, pesante, da parte dei carnefici, attraverso la corona di spine intrecciata e posta sul suo capo e corredata dall’iscrizione apposta sulla croce (Gesù il nazareno il Re dei giudei), con evidente intento derisorio; e si fece al contempo anche della satira religiosa, da parte di quei gran sacerdoti e scribi che berciavano rivolti a lui: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso? Se lui è il re di Israele, scenda ora dalla croce e crederemo in lui. […] ha detto sono il figlio di Dio” (Mt 27:42 e segg.).

Ma non furono la satira e lo sberleffo della soldataglia a ucciderlo, furono i chiodi e l’inaudita violenza umana.

L’Occidente ha da qualche secolo accettato la satira e la libera espressione del pensiero, anche quando essa è censurabile, purché non sfoci nella violenza fisica, ovvero nella soppressione di chi è portatore di idee diverse.

In molti casi – anche all’interno di regimi semi-dittatoriali – la satira, fin tanto che ha potuto esistere, ha avuto da sola il coraggio iconoclasta di dire ciò che molti pensavano ma non osavano proferire per timore delle conseguenze.

Oggi, dopo la strage del 7 gennaio, dire je suis Charlie significa dunque ripudiare ogni violenza contro la libertà di pensiero e di parola, e rinviare eventuali censure, quando opportune, sul piano delle leggi – per i casi più gravi – o della sanzione sociale.

Non capire il significato simbolico di questa adesione, e cercare soluzioni mediane puntigliosamente equidistanti tra le ragioni del boia e quelle della vittima, è molto rischioso e ambiguo, più o meno quanto rischioso e ambiguo fu durante gli anni di piombo nel nostro paese affermare, come fecero molti intellettuali: né con lo Stato né con le BR.

Non capire il significato simbolico ma profondissimo di questa adesione a Charlie, significa non solo rinnegare Voltaire, che non è poco, ma, per noi cristiani, rinnegare forse anche un po’ Gesù Cristo, che subì – sia pure in ragione di una causa incomparabilmente più grande – su di sé un’incredibile violenza verbale e fisica, implorando il perdono sui suoi carnefici e rifiutando la loro logica di sangue.


    Hopemedia Italia

    Articoli correlati