Quando il dolore diventa una prestazione umana. Francesco Zenzale – La speranza, una delle virtù teologali, commista alla fiducia ci aiutano a guardare oltre l’orizzonte di qualsiasi situazione dolorosa che

Quando il dolore diventa una prestazione umana.
Francesco Zenzale – La speranza, una delle virtù teologali, commista alla fiducia ci aiutano a guardare oltre l’orizzonte di qualsiasi situazione dolorosa che può rendere opaca la nostra già fragile esistenza. In contrasto a questo desiderio di trascendenza c’è la rassegnazione, da non confondere con l’accettazione,[1] che esprime la comprensione e l’oggettivazione della realtà. Rassegnarsi significa lasciarsi schiacciare dalla sofferenza, soccombere alle circostanze della vita, disarticolarsi dalla realtà, proiettando su di essa aspetti che prorompono dal dolore e dalla rabbia. Significa porsi nella condizione di smettere di vivere, assumere un atteggiamento accorato tale da inibire nuove e avvincenti esperienze.
Ogni giorno ci confrontiamo con esperienze dolenti che grazie alla scienza medica si superano. Disgraziatamente, ci sono anche quelle in cui la scienza è impotente e che inesorabilmente pongono fine all’esistenza. Infine, ci sono malattie che si presentano come compagne di viaggio e che “decedono” insieme all’uomo, nonostante la possibilità di un eventuale trapianto, e che innegabilmente contraggono la vita.
Un mondo tutto da scoprire
Fra le tante malattie che declinano con la morte, l’insufficienza renale fa parte della mia vita da diversi anni e da circa due anni sono un emodializzato.[2] Un trauma non indifferente che scombussola la vita. Questo nuovo percorso, oltre ad accentuare la mia già complicata salute, mi ha permesso di conoscere una nuova realtà sociale composta da medici, paramedici e soprattutto da loro: noi emodializzati. Un mondo di vissuti, di uomini e donne, giovani e anziani che inconsapevolmente ti fanno riflettere sul senso della vita inerente alla sofferenza: al tuo dolore e non a quello di un altro. Non tanto al dolore fisico, quanto a quello emotivo, esistenziale e spirituale.
La sofferenza, nel tempo, ha la capacità di lacerare i tuoi buoni propositi, la voglia di vivere e la speranza di giorni migliori, che non s’intravedono. Se non nella prospettiva spirituale.[3] Essere un dializzato non è una passeggiata lungo il lago di Pusiano, versante Bosisio Parini, ma un’esperienza traumatica che si rinnova periodicamente tre volte la settimana, con la consapevolezza che il trattamento emodialitico lascia i suoi segni sulla pelle, sulle ossa (calcificazione), nei muscoli e nelle emozioni. Prima di intraprendere questo viatico mi ero lasciato convincere che lo fosse, ma a distanza di due anni, devo riconoscere che sbagliavo. Il tuo modus vivendi è misuratamene condizionato: vacanze, mangiare, bere, lavoro, attività ludiche, tempo libero, ecc.
Dal primordio del percorso dialitico, fino al giorno in cui la luce si spegne per tornare alla terra (Genesi 3:19), ci sono delle figure professionali che ti accompagnano. Le stimate infermiere ti accolgono con un sorriso, ti illustrano la dinamica emodialitica e poi, come se fosse un’abitudine, in ogni trattamento ti coinvolgono nella preparazione della depurazione. Successivamente, arriva il medico di turno che t’informa che le analisi vanno bene o che qualche valore ematico non è soddisfacente e che pertanto devi attenuare quell’alimento ricco di potassio o di fosforo… o definire la terapia. Non è una passeggiata rilassante al canto degli uccelli, al fruscio del vento e al guizzare dei pesci nel lago. Ma un trattamento “salva vita”, indubbiamente invasivo, che ti permette di continuare a sorseggiare la vita e soprattutto ad amare e sentirti amato.
Attenzione all’acqua…
Prima di iniziare il trattamento dialitico, soprattutto per chi ha smesso di mingere, controllare il peso è una fase importante. Ciò permette all’infermiera di turno di stabilire quanti liquidi, oltre alle tossine (potassio, fosforo, sodio ecc.), bisogna eliminare. Meno bevi, meglio è! Ma che fatica! Soprattutto quando non digerisci o il cibo è un po’ appetitoso. Il palato s’impasta e non ti aiuta, nonostante il dentifricio e il collutorio.
L’acqua è come una droga e l’assuefazione può risultare fatale per un dializzato. Prima incide sulla pressione ballerina, poi sul cuore, quindi sui polmoni che fanno fatica a respirare e infine…![4] D’estate bisogna porre maggiore attenzione e misurarla tenendo conto degli alimenti: solidi o liquidi. In poche parole è un’esperienza da trangugiare.
L’importante è il tempo che ci resta
Ciò che maggiormente assopisce la voglia di vivere è l’ambiente ospedaliero: i tuoi compagni di viaggio emodializzati. Chi ha intrapreso questo percorso vitae da circa 20 anni e chi s’è addormentato, raffigurano il tuo futuro. Chi invece è accomunato al tuo tempo t’induce a pensare quanto sia importante reagire. Non lasciarsi soggiogare dalla rassegnazione.
Ricordo una persona di circa ott’anni che, durante la dialisi, affermava con forza e agitando le mani la convinzione di essere libero. A casa, nella sua solitudine, incurante delle prescrizioni mediche, vagabondava, mangiava e beveva con piacere. Era un uomo libero. Non c’è più! Credo che nelle sue convinzioni e nella sofferenza che aggrovigliava la sua mente sia morto da uomo libero.
Ho ancora inciso nella mia mente un altro compagno emodialitico. Aveva un arto amputato, la pressione alle stelle, eppure affrontava con dignità il suo atroce “dolore fantasma”. Che lezione di vita! S’è addormentato anche lui con il conforto della sua famiglia e del parroco. Non riesco neanche a dimenticare una giovane donna, sposata, che una volta ho avuto modo di accompagnare a casa. Versava fiumi di parole narrando la sua fragile esistenza. Anche Lilla non c’è più: è morta a casa mentre era sola.
E i presenti? A modo nostro, stiamo tutti “bene”. Di fatto non è saggio raccogliere le disfunzioni di cui ciascuno di noi è affetto. Non ne uscirebbe uno sano! Stanchi, sfiduciati e opacizzati dalla sofferenza che inibisce il sorriso spontaneo, il dialogo e il mutuo soccorso: siamo in ospedale! Luogo dei contrasti: malattia e guarigione, nascita e morte. Un viavai di tristezza, di angoscia, di sorrisi e di gioia.
Tempo fa, mentre mi lasciavo depurare, è nata la mia nipotina. Sono diventato nonno! La gioia tracima e annienta la sofferenza e spazza via la rassegnazione. Allora comprendi che il tempo che ti resta è importante, nonostante la sgradevole e a volte tediosa condizione. Vivere è possibile se impari a guardare oltre il tuo dolore. Se vivi la sofferenza con dignità e nella consapevolezza del suo valore. Se continui a interessarti all’altro più di te stesso. Se permetti all’altro di leggerti e trarre lezioni di vita raccontandoti, allora la sofferenza è un’autentica prestazione umana. Credo che raccontarsi, chiacchierare, ironizzare apra alla speranza. Nel senso che ti permette di disarticolarti dal tuo dolore. La sofferenza quando è condivisa si dirada come le nuvole, lasciando passare qualche raggio di sole. Scriveva san Paolo: “Più felice cosa è il dare che il ricevere” (Atti 20:35).
No, tu no!
Il più delle volte la sala d’attesa sembra una camera mortuaria: ciascuno è ripiegato su se stesso. La rassegnazione che fluisce dal forzato trattamento dialitico emana un acre odore cimiteriale. Qualcuno rompe il silenzio: Francesco dicci qualcosa…
L’altro giorno sono entrato sorridendo perché distrattamente avevo dimenticato di portare i pantaloni del pigiama. Un po’ di autoironia non guasta. Uno, fra i tanti che aspettavano la “chiamata”, ha detto con tono riprovevole: “Che ridi?”. Ho ritenuto opportuno non rispondere, in fondo mi prendevo in giro da solo. Perché coinvolgere gli altri, così presenti-assenti.
Che strana la “via dolorosa”! Le infermiere di fine turno salutano! Tornano dagli affetti familiari! E noi rispondiamo, sommessamente, come dei condannati: buona sera! Ma il più delle volte la risposta ironica evoca l’eterno desiderio di non esserci: “Vengo anch’io?”. “No, tu no!”.[5] La sofferenza è sfuggente, si nasconde dietro il sarcasmo, la battuta apparentemente innocua.
Arrivederci alla prossima
Loro, le infermiere, non lo dicono, ma lo sanno. Forse non saranno di turno, ma il nostro non cambia mai, salvo imprevisti per manutenzione straordinaria: disotturare una fistola, risonanza magnetica con contrasto, intervento chirurgico a qualche altra parte del tuo corpo. I reni sono in coma irreversibile!
Buona notte! A’ la prochaine! Forse c’è qualcuno che vuole tornare! No! Ma noi siamo degli habitué, degli assidui frequentatori di un nuovo mondo a cui nessuno può sottrarsi se vuole allungare questa fragile esistenza.
Di corsa nello spogliatoio, con la fistola al braccio tamponata.[6] Via il pigiama! Su con i pantaloni, camicia, giaccone, scarpe e “cravatta!”. Signori e Signori la commedia (trattamento) è finita! Gli attori, dopo una lunga e faticosa rappresentazione si ritirano: mangiano, bevono moderatamente e si riposano. Che sollievo! Dovevamo spettacolarizzare l’ambiente con la nostra indefessa presenza.
Anche questo fa parte dello show emodialitico! Non bisogna sottovalutarlo, perché gli ultimi minuti sono quelli che non passano mai! Ti giri a destra e sembra che le lancette non si spostino; dai uno sguardo a manca e ti accorgi che le infermiere non si muovono. E pensi! Ma che fanno! Non si rendono conto che il tempo sta per scadere e devo essere staccato da questa vecchia e gorgheggiante lavastoviglie? Voglio tornare a casa! Ho fame! L’ansia è cieca e non vede il futuro! Tranquillo, rilassati, è tutto pronto, anche quel degenerato “paracalcitolo”[7] che vorresti non prenderlo per le sue controindicazioni.
Il lago della vita
Ogni anno è possibile godersi l’attraversata a nuoto del lago di Pusiano, dall’omonimo paese a Bosisio Parini. Uomini e donne, giovani e attempati si sfidano in questa ludica nuotata. Alberto, mio carissimo amico, circa settant’anni, è raggiante nel raccontare la sua vincente performance.
La vita è uno spazio di tempo variabile riguardo al tempo e al vissuto, che si attraversa indipendentemente dalla propria volontà. Siamo qui, all’inizio, nel cuore o alla fine di questa attraversata. Forse se avessimo saputo come sarebbe andata, avremmo chiesto di non nascere. Ma questa possibilità non ce l’ha nessuno. Pertanto è inutile maledire il giorno in cui siamo nati!
Ci siamo! In qualche modo stiamo nuotando, la fatica si fa sentire, soprattutto quando la fragilità è accentuata dai crampi e da traumi irreversibili. Ma non trasformiamo questa nostra pochezza in un difetto, in un handicap, in sinonimo di debolezza, d’incapacità di fare, di pensare e di sorridere. La fragilità che ci accomuna e che delimita la visione del proprio essere nel mondo, possiamo trasformarla in risorsa e saggezza per chi vive accanto a noi: moglie, marito, figli, nipoti, ecc.
Credo che “La triade dell’esistenza umana: la sofferenza, la colpa e la morte sono aperte alla speranza, e quindi possono essere trasformate in una conquista, in un’autentica prestazione umana, a patto che si assuma nei loro confronti un atteggiamento e un’impostazione giusti”.[8]
Scriveva l’apostolo Paolo: “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13).
(Esperienza del pastore avventista Francesco Zenzale, pubblicata in sintesi sul Messaggero Avventista di ottobre)
[1] “L’atto dell’accettazione di se stessi è la radice di tutte le cose. Debbo essere d’accordo con quello che sono; di avere le qualifiche che possiedo; di vivere nelle limitazioni che sono le mie… La chiarezza e il coraggio di tale amore è il fondamento di tutta l’esistenza” (Romano Guardini).
[2] L’emodialisi (dal greco àima, “sangue”, e diàlysis, “scioglimento, separazione”, derivato di dialỳō, “distinguere”) è una terapia fisica sostitutiva della funzionalità renale. L’emodialisi pulisce il sangue mediante un trattamento effettuato all’esterno del corpo. Con questo trattamento il sangue viene fatto circolare attraverso un filtro (dializzatore) collegato a una macchina di dialisi. Ciascun trattamento in genere dura 4-5 ore e deve essere ripetuto almeno tre volte alla settimana. Il trattamento emodialitico in particolari situazioni potrebbe sfociare in accanimento terapeutico. Pertanto è saggio, soprattutto per i parenti del dializzato, invitare il medico a chiudere la “pratica” emodialitica e lasciare che la “natura” faccia il suo corso.
[3] In tal senso, l’apostolo Paolo sostiene che: “tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati” (Romani 8:28).
[4] Di norma non è saggio ingurgitare oltre 1 litro di liquidi nelle 24 ore.
[5] È il ritornello di una famosa canzone di Enzo Jannacci.
[6] Per effettuare l’emodialisi è necessario eseguire un semplice intervento chirurgico nel braccio, che consiste nel collegare una arteria a una vena, in modo che la parete della vena si irrobustisca e permetta il posizionamento di due aghi a ogni seduta dialitica. Questo collegamento tra arteria e vena si chiama “fistola”.
[7] Il paracalcitolo è indicato per la prevenzione ed il trattamento dell’iperparatiroidismo secondario nei pazienti affetti da insufficienza renale cronica sottoposti a emodialisi.
[8] V. E. Frankl, Alla ricerca di un significato della vita, Milano, 1980, p. 121, citato da E. Lukas, Dare un senso alla vita, Assisi, 1983, pp. 14-15.




