Riflessioni sulla scomparsa di Antonin Scalia, giudice della Corte suprema statunitense. Gerald A. Klingbeil – La notizia della morte del giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, Antonin Scalia, ha

Riflessioni sulla scomparsa di Antonin Scalia, giudice della Corte suprema statunitense.
Gerald A. Klingbeil – La notizia della morte del giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, Antonin Scalia, ha raggiunto i notiziari nella tarda notte di sabato. È stata riportata da tutti i principali organi d’informazione statunitensi e internazionali: dal tedesco Der Spiegel, allo svizzero Neue Zürcher Zeitung, al The Guardian, nel Regno Unito, e alle testate italiane. La morte inattesa di Scalia ha fatto notizia anche perché gli esperti hanno iniziato a chiedersi che cosa questo significherà per la direzione politica della più alta corte degli Stati Uniti.
Quasi immediatamente, gli esponenti di entrambi gli schieramenti politici del paese sono intervenuti e, dopo aver dato le condoglianze alla famiglia, sono andati dritto al cuore della questione. Chi nominerà il nuovo giudice della Corte suprema? I repubblicani hanno chiesto al presidente Obama di aspettare le elezioni in modo che sia il nuovo presidente degli Stati Uniti a nominarlo. E Barack Obama, in un breve incontro con la stampa sabato sera, ha affermato che la più alta corte degli Stati Uniti non dovrebbe rimanere incompleta per quasi un anno, suggerendo di voler nominare un sostituto di Scalia prima possibile.
Perché tutto questo interesse, considerato che il funerale del giudice Scalia non si è ancora tenuto e che il dolore della sua famiglia è palpabile e reale? I commentatori e i politici di tutto il mondo sanno che i presidenti, i senatori e i leader della maggioranza passano, mentre i giudici della Corte suprema restano; nel caso del giudice Scalia, per quasi 30 anni. Le credenziali di Scalia come conservatore sono facilmente riconoscibili se si considera il suo record in carica.
Mentre cresce il flusso di condoglianze e dichiarazioni live-blogged sul sito web del Washington Post, riflettevo sul mutevole volto della giustizia umana, che prende la forma da tradizioni giuridiche, cultura, società, e rispecchiano la visione del mondo.
Nel Medioevo, la giustizia era spesso un one-man show. Re, sacerdoti e feudatari giudicavano sulla base del diritto canonico e le corti non avevano il principio della presunzione d’innocenza (“innocente fino a prova contraria”). Piuttosto, era dovere dell’accusato dimostrare la propria innocenza. I tribunali, dopo la rivoluzione francese nel 1789 o la rivoluzione russa del 1917, stabilirono principi giuridici molto diversi. Le persone che vissero a quei tempi sperimentarono cambiamenti drastici.
Questo indica il problema di fondo dei sistemi di giustizia umani: tutti dipendono da princìpi che cambiano e società che si evolvono.
Come un seguace di Gesù, cerco i princìpi eterni, solidamente fondati sulla Roccia, invece di una giurisprudenza determinata dalle variazioni della cultura popolare. La legge di Dio non è solo un’opzione tra molte altre. Essa riflette il suo legislatore ed è buona (Sal 119:39; 19:8), giusta (Sal 119:75; Rm 7:12), eterna (Sal 119:160) e santa (Rm 7:12).
In un mondo sempre più litigioso e instabile, dove la verità è relativa e dipende da chi autorevolmente interpreta la legge e le questioni costituzionali, non sono preoccupato delle diverse convinzioni politiche e scelte sociali che determineranno il mio destino eterno. So che davanti allo scranno della Corte suprema in cielo “né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8:38,39).
Questa è una buona notizia.
Fonte: Adventist Review news
(Foto: Stephen Masker/Wikicommons)




