Film e serie TV sempre disponibili, video in diretta su ogni aspetto della quotidianità. Siamo diventati consumatori onnivori e produttori instancabili. Possiamo farne a meno? Sui canali social è circolato un video struggente di un padre a bordo di un aereo che stringe e conforta dolcemente il figlio autistico. Era nel panico durante il decollo. […]
Film e serie TV sempre disponibili, video in diretta su ogni aspetto della quotidianità. Siamo diventati consumatori onnivori e produttori instancabili. Possiamo farne a meno?
Sui canali social è circolato un video struggente di un padre a bordo di un aereo che stringe e conforta dolcemente il figlio autistico. Era nel panico durante il decollo. In primo piano si vede una donna che sta filmando l’accaduto con il suo cellulare. E, ovviamente, il fatto che io abbia visto sia il padre che la donna con il telefono significa che qualcun altro stava riprendendo la scena.
Perché la nostra prima reazione, quando succede qualcosa di insolito, sembra essere quella di registrarlo e pubblicarlo online? Siamo così disperati e alla ricerca di attenzione – 30 secondi di notorietà su internet – da doverci servire dei momenti più fragili degli altri per trasformarli in contenuti di intrattenimento? Anche se l’intento di chi ha pubblicato il video non era divertirsi, ma (forse) il desiderio di condividere pubblicamente l’amore paziente di un padre, mi chiedo: perché oggi pare che la sventura altrui sia fatta apposta per il nostro consumo?
Sì, quel fatto è accaduto in pubblico, quindi non è stata infranta alcuna legge. Filmare qualcuno senza permesso, a mio avviso, diventa problematico quando c’è un’aspettativa di riservatezza. La cabina economica di un aereo non è certo un luogo privato. Ma anche se la legge potrebbe non proibirlo, sembra comunque si vada oltre i limiti della decenza umana più elementare.
Forse, proprio come Neil Postman intitolò la sua opera fondamentale e celebre,[1] la nostra generazione è impegnata a divertirsi fino alla morte. Un tempo, in Occidente, i nostri principali eroi erano gli statisi, gli esploratori e gli inventori. Ora sono attori e atleti: un triste segno che ci siamo allontanati dalla scoperta per dedicarci all’intrattenimento.
Se Philip Myers aveva ragione nella sua valutazione del declino morale di Roma, non si tratta di uno sviluppo positivo. Scrivendo all’inizio del secolo scorso, ben prima che l’industria occidentale dello spettacolo influenzasse profondamente la cultura mondiale, Myers commenta così: “Fin dall’inizio il teatro romano era volgare e immorale. Fu uno dei principali agenti a cui si deve attribuire l’indebolimento della vita morale originariamente sana della società romana”.[2]
Myers non avrebbe mai potuto prevedere un mondo in cui tutti sarebbero diventati produttori di contenuti. Si pone un po’ il dilemma dell’uovo e della gallina: non è sempre chiaro se il decadimento morale dell’industria dell’intrattenimento abbia cambiato i nostri valori, o se i nostri valori erosi stiano cambiando la natura dell’intrattenimento.[3] Ho il forte sospetto che si tratti di un circolo vizioso; l’industria dell’intrattenimento probabilmente non sarebbe così immorale se non fossimo noi a richiederla. Sta rispondendo al nostro appetito e, in cambio, la nostra fame è appagata dai contenuti.
Guardate il trailer di una serie qualsiasi e chiedetevi: in che modo vendono questo film? Di solito, non sempre, ma spesso, le scene scelte mostrano violenza e sesso. Una promessa per gli spettatori: avranno una scarica di dopamina.
Quanto siamo dipendenti da tutto questo? Di recente ho ascoltato alcune audizioni del Senato americano sulla proposta di fusione tra Netflix e Warner Bros. Se le società fossero più piccole, dubito che ci sarebbe una richiesta dell’antitrust,[4] ma si tratta di colossi dell’intrattenimento. Il denaro in gioco è cospicuo.
Chi si è opposto alla fusione, lo ha fatto in modo appassionato: se le aziende si unissero, eliminando in gran parte la concorrenza, ciò comporterebbe costi più alti per i consumatori. In molti non sarebbero in grado di permettersi i canoni di abbonamento mensili.
A prescindere da ogni discussione sul valore delle leggi antitrust, mi ha colpito il modo in cui questi politici abbiano parlato dell’intrattenimento, come se fosse un diritto umano fondamentale. Se è vero che le persone raccontano storie da tempo immemore – attorno al fuoco di un falò o di un camino – qualcosa è cambiato quando, a metà del ventesimo secolo, ci siamo ritrovati seduti davanti al bagliore di un televisore. Non abbiamo raccontato più le nostre storie, ma lasciato che fossero altri a narrarle per noi. O a noi. Abbiamo relegato l’antico ruolo dei nonni e dei bardi del villaggio ai professionisti di studi cinematografici multimiliardari.

Potrei dilungarmi sul tempo che sprechiamo davanti agli schermi, ma non è questo il punto; molti predicatori lo hanno già fatto. Ciò che mi ha colpito in questo caso specifico è stata la passione con cui queste persone rivendicavano il nostro presunto “diritto” all’intrattenimento. I senatori non stavano discutendo di beni di prima necessità come i generi alimentari, i vestiti o un tetto sopra la testa. Stavano parlando del presunto “diritto” a guardare film a basso costo.
Quando, di preciso, l’intrattenimento è diventato un diritto umano fondamentale?
Non è raro che le persone si lamentino di quanto sia difficile la vita: il cibo è caro, le spese mediche possono essere proibitive e la casa di proprietà è solo un sogno per innumerevoli giovani coppie. Questo tipo di malcontento è comprensibile. Ma il diritto di guardare film? Ci siamo forse abituati così tanto alla comodità da sentirci offesi quando non possiamo più permetterci di divertirci?
Qualche tempo fa, mentre ascoltavo Spotify, mi è venuto in mente che, nonostante le nostre difficoltà, siamo probabilmente la generazione più privilegiata ad aver mai camminato sulla Terra. Un tempo, solo i ricchi potevano permettersi di ascoltare artisti di talento. Per godere dell’ultima sinfonia, bisognava comprare i biglietti, vestirsi eleganti e andare a teatro. Era un privilegio riservato a una minima parte della popolazione. Tutto cambiò quando Edison presentò il suo fonografo; era ancora un lusso, ma il numero di persone in grado di ascoltare buona musica si ampliò. Con il calo dei prezzi della tecnologia nel corso degli anni, il pubblico è cresciuto.
E oggi? Posso sentire quello che voglio, quando lo voglio. Non devo nemmeno alzarmi dalla sedia per girare un disco e ascoltare “l’altro lato”. Quasi ogni audio è disponibile istantaneamente. Su richiesta. Su un computer che si infila facilmente nella tasca davanti e si connette senza sforzo al Bluetooth della mia auto.[5]
Le generazioni prima di noi non potevano ascoltare una sinfonia di Mahler mentre andavano al lavoro; anzi, forse non ne avrebbero mai sentita una… mai. Se improvvisamente sparisse, mi mancherebbe? Assolutamente sì. Ma lo considero un diritto fondamentale? Tutt’altro. L’intrattenimento prodotto in massa non è in alcun modo essenziale per la mia sopravvivenza (anzi, per molti versi è diventato dannoso per il nostro benessere).
So che alcuni potrebbero argomentare sottolineando i benefici dell’industria dell’intrattenimento. Le qualità terapeutiche della musica sono ben note. La programmazione televisiva, almeno quando c’erano solo due o tre canali, tendeva a unire una nazione eterogenea generando un ampio senso di cultura e identità.[6] L’evasione offerta dal teatro aiutava alcuni a sfuggire temporaneamente alla dolorosa realtà della Grande Depressione. Conosco queste argomentazioni.
Ci piace divertirci. Ma è un diritto umano fondamentale? Difficilmente. Se non possiamo vivere senza, se lo consideriamo essenziale per la nostra sopravvivenza, forse lo abbiamo trasformato in una divinità.
Note
[1] Neil Postman, Divertendoci fino alla morte: il discorso pubblico nell’era dello spettacolo (New York: Harper Perennial, 2005).
[2] Philip VN Myers, Storia di Roma (New York: 2 and Company, 1917), pp. 183, 184.
[3] Se hai dei dubbi sul degrado morale dell’intrattenimento occidentale, prova a cercare su Google “Codice Hays“ per vedere le linee guida originali per la realizzazione dei film negli USA. Alcune regole, come il divieto di rappresentare matrimoni interrazziali, erano ovviamente fuori luogo. Il resto? Leggilo nel documento
[4] Negli Stati Uniti, le leggi antitrust sono concepite per impedire che le imprese diventino monopoli così grandi e potenti da impedire o svantaggiare gravemente altri dall’entrare nel mercato fissando i prezzi e usando ulteriori mezzi.
[5] Lo scrivo, pienamente consapevole del fatto che un’auto con un sistema di intrattenimento a bordo è ancora considerata una prova di ricchezza in gran parte del mondo. In Occidente, è diventata la norma.
[6] È ancora vero in molti Paesi nei quali il governo sponsorizza una stazione di proprietà nazionale. È considerato un modo per sostenere la cultura comune in una nazione molto grande.
Shawn Boonstra
[Fonte: adventistreview.org. Tradotto dalla redazione]
[Immagini: yousafbhutta e Pexels, Pixabay.com]




