Louis Zamperini ha visto la morte in faccia così tante volte che è arrivato al punto di perdere la testa. Tuttavia, è sopravvissuto e scegliendo di perdonare l’imperdonabile, è stato
Louis Zamperini ha visto la morte in faccia così tante volte che è arrivato al punto di perdere la testa. Tuttavia, è sopravvissuto e scegliendo di perdonare l’imperdonabile, è stato in grado di dare vita a un mondo intero.
Alina Kartman – Louis Silvie “Lou” Zamperini, secondo di quattro figli di una famiglia cattolica di immigrati italiani in America, era un bambino problematico, come ammetteva lui stesso ogni volta che gli veniva chiesto di raccontare la sua vita. La mancanza di possibilità di socializzare al di fuori della famiglia lo aveva trasformato in un recluso.
A soli sei anni fumava i mozziconi di sigaretta che i passanti buttavano per strada. A otto anni beveva alcolici che rubava dai negozi di alimentari. Era l’archetipo del piccolo delinquente. Ma i cliché nella storia di Zamperini si fermano qui, soprattutto grazie a suo fratello maggiore Pete.
“Qualsiasi cosa tranne che correre”
Dopo aver perso una gara di corsa tra le classi delle superiori, Zamperini si vergognava così tanto della sua sconfitta che uscì fuori dalla pista e si nascose sotto le gradinate. Non avrebbe nemmeno voluto partecipare, ma era stato spinto dalle ragazze che organizzavano la gara; insistettero fino a che non si unì a loro. Da sotto gli spalti non poteva sentire quello che suo fratello aveva colto al volo: l’allenatore aveva mormorato qualcosa del tipo… “quel ragazzo può fare qualsiasi cosa tranne che correre”.
Pete (Lou lo chiamava il fratello perfetto, ogni volta che ne aveva la possibilità) era così ferito dall’insulto a suo fratello che lo fece correre solo per dimostrare a tutti le sue capacità. Promise di allenare lui stesso Lou. E così fece, minacciando di bastonarlo ogni volta che si fosse allontanato dalla pista. Fu Pete a spingere inizialmente Lou a diventare un atleta e il loro impegno combinato venne presto ripagato.
La prima competizione vinta al liceo diede a Lou le ali e la speranza di poter ambire a qualcosa di più dell’essere un delinquente. Le sue crescenti e costanti prestazioni lo qualificarono per la finale dei 5.000 metri piani alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Non vinse una medaglia, ma il suo buon tempo nell’ultimo giro catturò le attenzioni di uno spettatore impareggiabile sugli spalti, Adolf Hitler, che alla fine della competizione gli disse tramite un interprete: “Ah, tu sei il ragazzo con il finale veloce”, dopodiché gli strinse la mano.
Zamperini ottenne in seguito altri risultati notevoli, come il record nazionale del miglio tra college (1.609 metri) stabilito nel 1938. Il giovane studente chiuse in 4 minuti e 8,3 secondi, anche se gli altri concorrenti durante la gara avevano tentato di ostacolarlo e ferirgli gravemente gli stinchi. Per 15 anni nessuno riuscì a battere questo record, tanto da far guadagnare a Zamperini il soprannome di “Torrance Tornado”.
Nel 1934 Zamperini stabilì il record mondiale interscolastico del miglio con il tempo di 4’21″2. Successivamente partecipò al campionato Cif California State vincendolo con il tempo di 4’27″8. Questa vittoria gli permise di ottenere una borsa di studio per la University of Southern California.

Danzare con la morte
Il ragazzino che un tempo si vergognava delle sue origini era arrivato a rappresentare l’America e per Zamperini la cosa più importante erano le Olimpiadi di Tokyo che si dovevano svolgere nel 1940. Ma la Seconda guerra mondiale pose fine al sogno e gettò il giovane atleta in una corsa dall’inimmaginabile crudeltà, in cui il principale avversario era la morte.
Riuscì a eluderla una prima volta, quando il bombardiere su cui si trovava in missione contro i giapponesi fu colpito dal fuoco nemico. Il velivolo tornò a terra irrimediabilmente danneggiato e carico di feriti. Zamperini non era tra questi e quindi fu assegnato a un altro velivolo, soprannominato “limone” dai piloti, per i suoi numerosi malfunzionamenti. Tutto questo avvenne solo tre anni dopo la dolce vittoria di Berlino.
Meno di un mese dopo essere stato assegnato all’equipaggio del nuovo velivolo, durante una missione destinata all’isola di Nauru, uno dei motori si guastò e l’aereo precipitò nell’oceano sotto una raffica di colpi giapponesi. Non meno di 1.370 chilometri separavano il luogo dell’incidente dalla costa più vicina, nel sud dell’isola di Oahu. Tra i resti dell’aereo sopravvissero solo tre dei quattordici membri dell’equipaggio: Zamperini, il pilota Phil Phillips e Francis “Mac” McNamara.
Quest’ultimo fu il primo ad avere un crollo mentale. Durante la loro prima notte alla deriva su una zattera di salvataggio, McNamara mangiò tutte le barrette di cioccolato che erano rimaste. Quando si svegliarono, gli altri due si accorsero che era rimasta solo una piccola scorta di acqua da bere e gli albatros volavano intorno alla barca.
Tuttavia, si resero presto conto che l’odore pestilenziale della carne di albatros era buono per adescare i pesci più piccoli. Era tutto ciò che potevano mangiare di crudo, senza rimettere. Naturalmente se gli squali che nuotavano intorno alla zattera non li avessero presi per primi. Bruciati dal sole durante il giorno e congelati durante la notte, i tre uomini rimasero presto senza acqua, in balia del destino e delle tempeste che si scatenavano ogni due giorni.
Due aerei li sorvolarono senza salvarli: uno non vide i segnali di vernice nell’acqua e il secondo era un aereo nemico, che sparò fino a perforare la zattera e colpire anche McNamara.
I 47 giorni necessari al salvataggio dall’oceano furono quattordici in più di quanto McNamara riuscì a resistere. Zamperini affidò il corpo del suo compagno all’oceano, non prima di aver recitato una preghiera fatta di frammenti delle frasi che ricordava aver sentito nei film. Non era mai stato un credente, ma una delle tempeste che aveva vissuto in mezzo all’oceano spazzò via il suo ateismo. “Signore, se mi salverai, ti servirò per sempre!”, gridò l’uomo disperato. E Dio ascoltò la sua preghiera. Sia lui sia Phillips sopravvissero, ma solo per essere gettati in un campo di prigionia giapponese ed essere torturati per più di due anni.
Zamperini fu separato da Phillips e trasferito al campo di Omori, dove, sotto l’occhio vigile di una guardia sociopatica, Mutsuhiro Watanabe, soprannominato “l’uccello”, sperimentò quotidianamente sofferenze e umiliazioni che poche persone erano in grado di sopportare. Per esempio, poiché si sapeva che Zamperini era un atleta, i giapponesi lo sfidarono a una gara contro le guardie. Emaciato, l’americano aveva ancora la forza di correre più veloce dei suoi avversari ben riposati e ben nutriti. In cambio, venne picchiato fino a crollare.
Eppure, tra tutti i tristi ricordi di Zamperini, uno spicca come un vero miracolo. “Qualcosa è successo dentro di me. Non so cosa fosse”, aveva confessato mentre raccontava come era riuscito, sotto minaccia di morte, a tenere una pesante trave di legno sopra la testa per diversi minuti per ordine di Watanabe. Se l’avesse lasciata cadere, gli avrebbero sparato. Lui riuscì a resistere e per fortuna fu la guardia a cedere. Si era stancato di guardare, quindi lasciò perdere.
La sorpresa della libertà
Durante il periodo delle torture nel campo di prigionia, l’americano fu dichiarato martire dato che si era persa ogni speranza che fosse ancora vivo. Pertanto, il ritorno dai suoi cari fu una grande sorpresa. Ma non durò a lungo. Zamperini provò a mettere ordine nella sua vita e si sposò, eppure non riuscì a cancellare le immagini della guerra e del dolore che aveva vissuto e che, giorno dopo giorno e notte dopo notte, riaffioravano nella mente del veterano. Gli incubi divennero presto insopportabili. Sognava di essere ancora nel campo di prigionia e di strangolare Watanabe a mani nude. Alla fine di uno di quei sogni, il pianto della moglie svegliò Zamperini e si rese conto di avere le mani strette intorno al collo di lei.
Non sapendo più cosa fare a causa delle violente esplosioni del marito che spesso cercava conforto nell’alcol, la signora Zamperini era sul punto di chiedere il divorzio. La donna era da poco diventata cristiana e la sua devozione, unita all’insistenza di alcuni amici della chiesa, convinsero Louis ad andare una volta ad ascoltare il predicatore Billy Graham. L’omelia ricordò a Zamperini la promessa che aveva fatto a Dio in mezzo alla tempesta, “Ti servirò per sempre”, e lo convinse di una cosa: la ribellione del suo cuore verso coloro che lo avevano torturato in modo disumano aveva trasformato la riguadagnata libertà in una continua e permanente reclusione. In cuor suo Zamperini era ancora prigioniero nel campo giapponese, anche se fisicamente era libero. Il veterano ebbe allora l’epifania del perdono e la trasformò nel fondamento della sua vita.
Quando scelse di perdonare, i suoi incubi si dissiparono e fu in grado di offrire la sua libertà a Dio. L’ex prigioniero di guerra andò ovunque fosse invitato a parlare alla gente del perdono e di come può cambiare la vita, proprio come aveva trasformato la sua. Zamperini insistette per tornare in Giappone e visitare le ex guardie, poi incarcerate per crimini di guerra. Assicurò loro che li aveva perdonati e ne abbracciò persino alcuni. Pare che alcune delle guardie siano addirittura diventate cristiane per il modo in cui Zamperini si relazionò con loro. Tuttavia, Watanabe non si trovò da nessuna parte. Circolava il sospetto che si fosse suicidato, ma solo Dio conosce la verità.
Quanto a Zamperini, la cui vita si concluse all’età di 97 anni, a seguito di una polmonite, sappiamo che ha scelto di trasformare in poesia la sua sofferenza. Quattro giorni prima del suo 81° compleanno realizzò il suo sogno di correre alle Olimpiadi di Tokyo, anche solamente per portare la torcia olimpica per un tratto in occasione dei Giochi olimpici invernali di Nagano nel 1998. Dopotutto, è quello che aveva fatto per quasi tutta la sua vita: attraverso le sue azioni aveva acceso nei cuori di tutti coloro che lo conoscevano la convinzione che il perdono può illuminare la loro vita.
(Alina Kartman è senior editor di Signs of the Times Romania e di ST Network)
[Fonte: st.network. Traduzione: V. Addazio]




