Punti, linee e ghirigori

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Punti, linee e ghirigori

Il potere delle parole. Clifford Goldstein – Quando gli adulti in casa non volevano che noi bambini sapessimo di cosa stessero parlando, si mettevano a blaterare in yiddish. Comunque, a parte

Il potere delle parole.

Clifford Goldstein – Quando gli adulti in casa non volevano che noi bambini sapessimo di cosa stessero parlando, si mettevano a blaterare in yiddish. Comunque, a parte alcuni insulti (farshtunken, meshuggeneh, goyishe kop), non ho mai imparato questa lingua. A venticinque anni ho lavorato per quattro mesi (illegalmente) a Zurigo, dove ho assorbito avidamente ogni sillaba che potevo della lingua svizzera tedesca. Circa un anno dopo, negli Stati Uniti, sono entrato in una stanza in cui un anziano ebreo parlava in yiddish al telefono e ho iniziato a bloccarlo, ma poi mi sono reso conto che sapevo cosa stava dicendo. Ho subito pensato: “Wow! Dio mi ha dato il vero dono delle lingue!”.

Ma in yiddish?

Poi ho capito: lo svizzero tedesco e lo yiddish hanno entrambi origini germaniche, ed è per questo che improvvisamente mi era chiaro cosa si diceva.

Il linguaggio mi stupisce. Come è possibile che, dopo soli quattro mesi, i miei percorsi neurali siano stati ricablati a tal punto che quelle che per 20 anni erano state per me espressioni prive di significato (sembrava tedesco parlato con la bocca piena di budino) ora trasmettevano idee concrete e astratte?

Mi meraviglia anche il fatto di poter guardare i punti, le linee e i ghirigori che compongono l’ebraico biblico e l’aramaico – lingue vecchie di migliaia di anni e appartenenti a un’epoca e a una cultura radicalmente diverse dalla nostra – e non solo capirli, ma anche vedere che certi punti, linee e ghirigori che compongono l’inglese moderno traducono quasi perfettamente i punti, le linee e i ghirigori dell’ebraico e dell’aramaico. Come fanno i punti, le linee e i ghirigori di qualsiasi lingua, o i suoni che rappresentano, a creare mondi di pensiero, emozioni e concetti nel nostro cervello?

Il linguaggio è un dono del cielo, non della terra; è venuto dall’alto, non dall’interno. In un libro brillante, intitolato Il regno della parola, l’ateo Tom Wolfe demolisce la farsa darwiniana, definendola "un’ipotesi disordinata, paludosa, fradicia, che sgocciola dappertutto"[1] e incapace di dare una spiegazione al linguaggio umano.

"Il linguaggio, in tutte le sue forme, ha fatto progredire l’uomo ben oltre i confini della selezione naturale" continua Wolfe, e questo fatto, "lo stava facendo impazzire [Darwin]",[2] a meno che non si creda, come è stato suggerito, che il linguaggio sia nato da milioni di anni di esseri umani che imitavano i versi degli animali. Secondo questa teoria, se il tempo è sufficiente, la mutazione casuale e la selezione naturale trasformeranno il wuff wuff in Finnegan’s Wake o nel romanzo I fratelli Karamazov.

Le parole possono essere spaventosamente potenti, sicuramente sono un modo in cui riflettiamo l’immagine di Dio che ha parlato – sì, ha parlato – e il nostro mondo è venuto all’esistenza. Le parole giuste, dette al momento giusto, nel modo giusto, possono farci prosperare o precipitare in un abisso di dolore e disperazione. Chi non può immedesimarsi in queste righe? "Norman annuì, schivando la pioggia di parole. Eppure, molte di esse lo colpirono".[3] Chiunque, cioè tutti noi, sia stato vittima di consonanti e vocali i cui bordi taglienti gli hanno squarciato le viscere e l’anima, conosce il potere di questo sorprendente dono che, come tutti i doni di Dio, è stato, purtroppo, molto abusato.

Note 
[1] T. Wolfe, Il regno della parola, Giunti Editore, 2016. 
[2] Ibidem
[3] E. L. Wallant, Gli inquilini di Moonbloom, Dalai Editore, 2005, p. 105 ed. inglese.

(Clifford Goldstein è direttore della Adult Sabbath School Bible Study Guide della Chiesa avventista)

[Fonte: Adventist Review. Traduzione: L. Ferrara] 


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