Apocalisse in breve. Gli schofar (prima parte)

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Apocalisse in breve. Gli schofar (prima parte)

Francesco Zenzale – Lo schofar (corno d’ariete) è uno dei principali strumenti a fiato della liturgia del tempio ebraico. Nei giorni ordinari, era stabilito un numero fisso di squilli da

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Francesco Zenzale – Lo schofar (corno d’ariete) è uno dei principali strumenti a fiato della liturgia del tempio ebraico. Nei giorni ordinari, era stabilito un numero fisso di squilli da suonare: tre squilli all’apertura dei portoni del tempio, nove al momento del sacrificio del mattino e altri nove al sacrificio della sera. Durante il sacrificio del mattino, non appena echeggiava il primo squillo, il popolo si prostrava in adorazione. Le trombe venivano usate per annunziare la vicinanza e il messaggio di Dio tre volte santo, così anche le sue apparizioni (Es 19:16). Delle volte, lo schofar diventa proprio la voce di Dio: “Il Signore darà fiato alla tromba” (Zc 9:14; Dt 5:22).

Lo schofar si utilizzava anche nelle occasioni solenni della guerra (Nm 10:9) e ha un significato escatologico: annunzia il giudizio di Dio. I sacerdoti suonarono questo lo stesso strumento musicale durante la conquista di Gerico (Gs 6:4,6,8,13) per annunciare la vittoria. Poi, durante la festa dell’espiazione (cfr. Lv 25:9) per proclamare il gran giorno del giudizio di Dio.

La visione degli schofar è congiunta all’altare dei profumi, di conseguenza il centro di gravità della visione si sposta dalla sala del trono di Dio verso il tempio celeste che Giovanni vede aperto. Pertanto, la visione dell’angelo, “con un incensiere d’oro”, “s’ispira al rituale levitico che obbligava il sommo sacerdote a mantenere un fumo permanente davanti a Dio ‘ogni mattina’, ma anche ‘tra le due sere’ (Es 30:7-8). Il rituale era praticato per tutto l’anno su un altare di forma quadrangolare, sul quale dei carboni ardenti erano gettati con l’aiuto, probabilmente, di un aspersorio d’oro. Una volta l’anno, durante la festa dell’espiazione, l’incenso era messo direttamente nell’aspersorio, riempito di braci e portato ‘di là dalla cortina’, all’interno del luogo santissimo (Lv 16:12-13). Nella visione ci troviamo, dunque, nel contesto del rituale quotidiano nel corso del quale il sommo sacerdote, come l’angelo del testo, gettava il suo braciere incandescente a terra, tra il portico del tempio e l’altare” (J. Doukhan, Il grido del cielo, ed Adv, p. 93).

Ciò significa che “l’intero rituale dell’angelo segue la cerimonia levitica caricandosi di significati simbolici. I profumi che si alzano davanti al trono di Dio rappresentano le preghiere degli uomini e delle donne che hanno gridato dal fondo della loro sofferenza affinché giustizia sia fatta. ‘Signore, io t’invoco; affrettati a rispondermi. Porgi orecchio alla mia voce quando grido a te. La mia preghiera sia in tua presenza come l’incenso, l’elevazione delle mie mani come il sacrificio della sera’ (Sl 141:1-2)”, (Idem, p. 95).

Il nostro passo dunque fa eco al quinto sigillo che faceva ascoltare grida di vittime provenienti dai lati dell’altare (Ap 6:9-10). Finalmente “le preghiere dei santi” (Ap 8:3), col loro postulato centrale, “Fino a quando… non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?” (Ap 6:10), si avviano ad essere esaudite. Ma prima il Signore rivolge un ultimo appello all’umanità mediante una serie di eventi tali da indurre gli “abitanti della terra” (Ap 8:13) al ravvedimento, perché al suono del settimo schofar si evidenzia che “la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare… e di distruggere quelli che distruggono la terra” (Ap 9:18).

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