Apocalisse in breve. Vieni

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Apocalisse in breve. Vieni

Francesco Zenzale – “Poi, quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli, vidi e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: ‘Vieni’” (Ap 6:1,3,5,7) Vieni!

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Francesco Zenzale – “Poi, quando l’Agnello aprì uno dei sette sigilli, vidi e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: ‘Vieni’” (Ap 6:1,3,5,7)

Vieni! Chissà quante volte ho disatteso questo invito rivoltomi da mio padre, soprattutto nell’età dell’adolescenza e a causa di ciò, immancabilmente e senza mezzi termini, le prendevo. E, dopo averle prese, rispondevo con gli occhi gonfi di lacrime, eccomi!
Tendenzialmente siamo portati a fare quel che più ci soddisfa, senza tenere conto che spesso ciò che ci piace non sempre corrisponde a ciò che è saggio o giusto agli occhi di Dio. La volontà è soggiogata da piacere, soprattutto quando si ha il potere di soddisfarlo: mi piace, la voglio, la prendo.

Se fossimo altrettanto determinati ed esigenti nel dare spazio alla presenza di Dio nella nostra vita, con la preghiera e lo studio della Parola, come lo siamo con quelle in cui troviamo piacere, chissà quante cose cambierebbero, in meglio, nella nostra esistenza! Per far sì “che Cristo abiti per mezzo della fede nei nostri cuori” per “essere radicati e fondati nell’amore” ed essere “resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza”, per essere “ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Efesini 3:17-19), è indispensabile dare spazio nella nostra vita a Gesù, nostro Salvatore.

È sorprendente il modo in cui gli apostoli risposero alla chiamata. “Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori… lasciate subito le reti, lo seguirono” (Matteo 4:18-20). “Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti… lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono” (Matteo 4:21-22). Matteo che “sedeva al banco delle imposte… alzatosi, lo seguì” (Matteo 9:9).

Seguirono Gesù così come erano, senza tanti se o ma, con la visione distorta del Messia e con il loro mondo di pescatori. L’importante era seguire il Maestro, perché solo nella sequela si dà spazio a colui che è, che era e che viene.

Di fatto, “L’imperativo ‘vieni’ pronunciato regolarmente da ognuna delle quattro creature viventi, non è indirizzato certo a Giovanni e si applica solo parzialmente al cavallo che appare il quel momento. In realtà l’invocazione è indirizzata all’Agnello e riguarda la venuta di Gesù Cristo, la ‘parusia’. Il verbo greco erchestai è, in effetti, il termine tecnico usato nell’Apocalisse per designare la venuta di Cristo (Apocalisse 1:4,7,8; 2:5,16; 3:3,11; 4:8; 16:15; 22:7,12,17,20). É la stessa forma imperativa, erchou, che compare alla fine del libro per esprimere la preghiera supplice (22:7,20). Al quinto sigillo, si alza il grido ‘fino a quando?’ (6:10) gravido d’impazienza. É il grido di coloro che sono giunti al tempo della fine (Daniele 8:14). Nel sesto sigillo, il ritorno è vissuto come un avvenimento contemporaneo: ‘Egli è venuto’. Infine, il settimo sigillo non parla più di ritorno. Siamo immersi nel silenzio. Niente deve più accadere. ‘Ci siamo’” (J. Doukhan, Il grido del cielo, p. 73).

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