La fede ci insegna che abitare il mondo significa prendersene cura. Il caldo lo sentiamo tutti. Il pianeta ci sta inviando un segnale. L’acqua dei nostri fiumi evapora e così le civiltà nate proprio lungo quelle rive disseccate. La domanda sorge spontanea: siamo pronti a cambiare paradigma, o preferiamo continuare a cuocere a fuoco lento, […]
La fede ci insegna che abitare il mondo significa prendersene cura.
Il caldo lo sentiamo tutti. Il pianeta ci sta inviando un segnale. L’acqua dei nostri fiumi evapora e così le civiltà nate proprio lungo quelle rive disseccate.
La domanda sorge spontanea: siamo pronti a cambiare paradigma, o preferiamo continuare a cuocere a fuoco lento, convinti che sia solo un’estate un po’ più capricciosa delle altre?
Spesso sentiamo questo commento: “Ma non state esagerando? Lo sanno tutti che d’estate fa caldo!”. E proprio qui sta il trucco. Come ci spiegano il fisico Antonello Pasini e Luca Fraioli,[1] il mito del “si stava meglio quando si stava peggio” si scontra con la realtà dei dati: gli anticicloni africani hanno preso la residenza fissa da noi. Non è più “l’estate di una volta”, è uno standard nuovo, inquietante. Siamo su una scala mobile che corre veloce verso il piano terra: possiamo sforzarci di camminare all’insù quanto vogliamo, ma la scala accelera. Non è normale!

Ma oltre ai gradi vanno contate le vite. Elena Dusi snocciola i dati: tra giugno e luglio, oltre 10.650 europei non ci sono più, vittime del caldo.[2] L’afa colpisce di più chi è solo, chi vive in case che diventano forni. È sempre successo? Forse, ma il clima non fa che esacerbare le crepe: chi ha l’aria condizionata sopravvive, chi non ce l’ha, lotta.
Davanti a tutto questo, c’è chi reagisce con nichilismo: “Se siamo noi i colpevoli, allora siamo noi gli artefici della nostra fine”. Eppure, scoprire l’origine umana del cambiamento è la nostra migliore speranza: significa che possiamo agire! E invece? Invece litighiamo su fake news come fossimo al bar. Abbiamo trasformato la scienza in opinione. È la sindrome di Cassandra: prevediamo la sventura, ma ci giriamo dall’altra parte perché è più comodo credere a una bugia rassicurante che a una verità scomoda.
La verità, però, è scritta. Il Po è al -65% della sua portata; agricoltori e intere filiere sono in ginocchio. Non è un complotto, è il frutto di una gestione scellerata del bene comune che abbiamo dato per scontato. La natura non cerca vendetta, cerca solo equilibrio; noi siamo l’anomalia che lo rompe.
Cosa ci resta? Resta la responsabilità. La crisi climatica non è un film catastrofico da guardare con i popcorn in mano: è il film in cui siamo protagonisti. Dobbiamo cambiare copione.
La fede ci insegna che abitare il mondo significa prendersene cura, non sfruttarlo fino all’ultima goccia. La terra non ci appartiene: l’abbiamo solo presa in prestito. Il futuro non è quello che ci accadrà, ma quello che stiamo costruendo, in questo esatto momento, anche con le nostre scelte.
Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS.
Ascolta il suo podcast: Parole al vento – 60 Minuti sotto il Sole: Cronache da un Paese che scotta.
Note
[1] e [2] Fonte dati: Ricerche e analisi riportate dal quotidiano La Repubblica (Talignani, Fraioli, Dusi, Pasini)
[Immagini: stux, Pixabay.com e nzooo_https://app.envato.com]




