Sessanta minuti sotto il sole. Cronache da un Paese che scotta

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Sessanta minuti sotto il sole. Cronache da un Paese che scotta

La fede ci insegna che abitare il mondo significa prendersene cura. Il caldo lo sentiamo tutti. Il pianeta ci sta inviando un segnale. L’acqua dei nostri fiumi evapora e così le civiltà nate proprio lungo quelle rive disseccate. La domanda sorge spontanea: siamo pronti a cambiare paradigma, o preferiamo continuare a cuocere a fuoco lento, […]

La fede ci insegna che abitare il mondo significa prendersene cura.

Il caldo lo sentiamo tutti. Il pianeta ci sta inviando un segnale. L’acqua dei nostri fiumi evapora e così le civiltà nate proprio lungo quelle rive disseccate.

La domanda sorge spontanea: siamo pronti a cambiare paradigma, o preferiamo continuare a cuocere a fuoco lento, convinti che sia solo un’estate un po’ più capricciosa delle altre?

Spesso sentiamo questo commento: “Ma non state esagerando? Lo sanno tutti che d’estate fa caldo!”. E proprio qui sta il trucco. Come ci spiegano il fisico Antonello Pasini e Luca Fraioli,[1] il mito del “si stava meglio quando si stava peggio” si scontra con la realtà dei dati: gli anticicloni africani hanno preso la residenza fissa da noi. Non è più “l’estate di una volta”, è uno standard nuovo, inquietante. Siamo su una scala mobile che corre veloce verso il piano terra: possiamo sforzarci di camminare all’insù quanto vogliamo, ma la scala accelera. Non è normale!

Ma oltre ai gradi vanno contate le vite. Elena Dusi snocciola i dati: tra giugno e luglio, oltre 10.650 europei non ci sono più, vittime del caldo.[2] L’afa colpisce di più chi è solo, chi vive in case che diventano forni. È sempre successo? Forse, ma il clima non fa che esacerbare le crepe: chi ha l’aria condizionata sopravvive, chi non ce l’ha, lotta.

Davanti a tutto questo, c’è chi reagisce con nichilismo: “Se siamo noi i colpevoli, allora siamo noi gli artefici della nostra fine”. Eppure, scoprire l’origine umana del cambiamento è la nostra migliore speranza: significa che possiamo agire! E invece? Invece litighiamo su fake news come fossimo al bar. Abbiamo trasformato la scienza in opinione. È la sindrome di Cassandra: prevediamo la sventura, ma ci giriamo dall’altra parte perché è più comodo credere a una bugia rassicurante che a una verità scomoda.

La verità, però, è scritta. Il Po è al -65% della sua portata; agricoltori e intere filiere sono in ginocchio. Non è un complotto, è il frutto di una gestione scellerata del bene comune che abbiamo dato per scontato. La natura non cerca vendetta, cerca solo equilibrio; noi siamo l’anomalia che lo rompe.

Cosa ci resta? Resta la responsabilità. La crisi climatica non è un film catastrofico da guardare con i popcorn in mano: è il film in cui siamo protagonisti. Dobbiamo cambiare copione.

La fede ci insegna che abitare il mondo significa prendersene cura, non sfruttarlo fino all’ultima goccia. La terra non ci appartiene: l’abbiamo solo presa in prestito. Il futuro non è quello che ci accadrà, ma quello che stiamo costruendo, in questo esatto momento, anche con le nostre scelte.

Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS.
Ascolta il suo podcast: Parole al vento – 60 Minuti sotto il Sole: Cronache da un Paese che scotta.

Note
[1] e [2] Fonte dati: Ricerche e analisi riportate dal quotidiano La Repubblica (Talignani, Fraioli, Dusi, Pasini)

[Immagini: stux, Pixabay.com e nzooo_https://app.envato.com]


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