“Slow Adventism”. Rallentare per rifiorire

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“Slow Adventism”. Rallentare per rifiorire

Il pregio della lentezza nella dimensione spirituale ed ecclesiologica. Recensione del saggio del pastore e teologo Hanz Gutierrez Salazar. Con Slow Adventism. Ecclesiological Holzwege, pubblicato da Wipf & Stock nel dicembre 2025, il pastore e teologo Hanz Gutierrez Salazar propone una delle riflessioni ecclesiologiche più originali e inconsuete del panorama avventista. Il richiamo agli Holzwege […]

Il pregio della lentezza nella dimensione spirituale ed ecclesiologica. Recensione del saggio del pastore e teologo Hanz Gutierrez Salazar.

Con Slow Adventism. Ecclesiological Holzwege, pubblicato da Wipf & Stock nel dicembre 2025, il pastore e teologo Hanz Gutierrez Salazar propone una delle riflessioni ecclesiologiche più originali e inconsuete del panorama avventista. Il richiamo agli Holzwege heideggeriani — i “sentieri del bosco”, spesso non lineari, che però conducono a spazi inattesi — suggerisce un percorso teologico, che chiede lentezza, profondità e capacità di abitare l’incompiuto. Gutierrez dedica l’opera a Erton Kohler, neoeletto presidente della Conferenza Generale della Chiesa Avventista che, dice, “come me, appartiene alla nobile e saggia diaspora avventista sud americana – capace di comprendere che la missione non è una forma raffinata di proselitismo, che l’avventismo sud americano non è tutto l’avventismo, che l’avventismo non rappresenta tutta la cristianità, e la cristianità non rappresenta tutta l’umanità”.

L’autore
Prima di proseguire nella descrizione di questa opera significativa, piena di spunti di riflessione stimolanti, vi prego di consentirmi una breve digressione biografica.

Nella seconda metà degli anni Settanta, con Hanz eravamo nelle aule del Corso teologico dell’Istituto Avventista di Cultura Biblica a Firenze. Studiavamo dogmatica, con l’ironia del professor Giuseppe De Meo, e un’altra decina di materie, impartite con modi garbati e appassionati dal pastore Antonio Caracciolo, la cui erudizione ci appariva sconfinata. Venivamo da mondi diversi. Lui, discendente dei popoli dell’America che, scoperta da Colombo, fece la fortuna dell’Occidente di cui, io, ero figlio. Avevamo in comune le radici avventiste (entrambi figli di pastore), la passione per il calcio, la necessità di pagarci gli studi scarriolando cemento e calcinacci nei lavori di manutenzione del campus. Hanz aveva sempre un libro in mano.

Dieci anni dopo ci siamo rivisti a Napoli. Lo avevo invitato come ospite per un ritiro spirituale dedicato ai giovani. Le nostre vite erano già impostate. Mia moglie ed io avevamo due figlie e di lì a poco avrei ricevuto la consacrazione al ministero pastorale. Lui aveva iniziato da poco il percorso pastorale a Ostia, dopo aver conseguito il dottorato in Scienze Religiose presso la Facoltà di Teologia protestante di Strasburgo, con una tesi di 400 pagine dal titolo: “Une éthique politique. Essai sur la pensée herméneutique de Jürgen Moltmann (Un’etica politica. Saggio sul pensiero ermeneutico di Jürgen Moltmann). Ne regalò una copia non solo al sottoscritto, ma anche a mia moglie Sandra e alle nostre figlie di sei e quattro anni, Chiara e Marta, come chiarisce nella dedica! Come sempre Hanz aveva in mano un libro e mi suggerì di leggere Hannah Arendt, per ampliare l’orizzonte della mia comprensione del mondo.

Leggendo Slow Adventism ritrovo questo Hanz Gutierrez, la sua passione per la riflessione sulla società e sull’esperienza di fede, la sua capacità di spaziare tra universi inconsueti e distanti. Sempre attento alle persone, ai particolari, alle prospettive diverse, combinate talvolta in modo sorprendente e paradossale. È proprio questo il pregio della lentezza: prendersi il tempo di osservare, incontrare, conoscere dialogando. Lasciandosi sorprendere dall’imprevisto.

Un’ecclesiologia dei “sentieri laterali”
Ecco il motivo del sottotitolo dell’opera, Ecclesiological Holzwege. Rimanda alla necessità di seguire percorsi meno battuti, ripensando l’identità avventista nella realtà contemporanea. Come l’escursionista si addentra nella foresta, senza per forza conoscere tutte le pieghe del sentiero che ha imboccato, così occorre avere il coraggio di inoltrarsi nella riflessione ecclesiologica, lasciandosi sorprendere dallo Spirito che “soffia dove vuole” e ci guida lungo percorsi inattesi. Come fecero i primi avventisti (i “pionieri”), che ebbero il coraggio di mettere in discussione se stessi e il proprio mondo, per individuare una verità incarnata nel presente.

Partendo da questa considerazione, Gutierrez suggerisce che l’avventismo rischia di lasciarsi sedurre dalla cultura unilaterale e imperante di una parte del mondo, legata alla prestazione, alla velocità, alla crescita quantitativa. Una specie di “ipertrofia spirituale” che confonde il moto, talvolta frenetico, con la vitalità. Egli insiste sul fatto che il “più grande” e il “più veloce” non sono criteri teologici affidabili per misurare la salute di una comunità di fede. Al contrario, i processi di autentica crescita spirituale richiedono “incompletezza, vulnerabilità e lentezza”.

La lentezza diventa una postura epistemologica: stare nel mondo senza dominare e senza esserne travolti, senza riempire ogni spazio, senza imporre una narrazione monolitica, per vivere relazioni non utilitaristiche, recuperando un senso della grazia che accompagna.

Un invito a operare in modo più riflessivo, più ospitale, meno ansioso. Ricordando di respirare, di dare spazio al vuoto fecondo che prepara alla relazione e all’ascolto, Gutierrez utilizza una metafora organica e musicale: come il ritmo vitale del corpo alterna contrazione ed espansione, come la musica è fatta anche di pause, così la vita ecclesiale sana è intermittente, capace di interruzione, di ascolto, di silenzio.

Un’autocritica costruttiva dell’avventismo
Slow Adventism è un testo impegnativo, ma necessario: chiede agli avventisti — e più in generale ai cristiani — di ripensare le categorie con cui misurano il successo, la missione, la crescita. Invita a scendere dai ritmi compulsivi dell’efficienza spirituale e a ritrovare la gioia di un cammino che non teme deviazioni, interruzioni, attese.

Si colloca nel dialogo interculturale, interreligioso, biblico e filosofico, come le sue opere precedenti in campo ermeneutico, del post-umanesimo biblico e della teologia del corpo.

Gutierrez non rinnega il proprio radicamento avventista, ma lo rilancia chiedendo alla chiesa di riconoscere i propri limiti, il valore dell’ambivalenza e della vulnerabilità. Per questo propone una via alternativa, un “sentiero laterale” capace di riportare l’ecclesiologia al suo cuore più semplice e radicale: la relazione, la fragilità condivisa.

La vita fiorente e vulnerabile dell’albero
E qui si innesta il commento magistrale del Salmo 1. Colui che cammina nelle vie del Signore viene paragonato a un albero che attinge la propria vitalità dal fiume lungo il quale è piantato. L’albero è simbolo di saggezza. È immobile ma fiorisce. In una società legata all’efficienza e all’essere performanti, l’albero insegna a capire che l’immobilità non è un handicap e che si può essere felici rimanendo immobili. Si tratta di ammettere che “nella vita l’immobilità ha una sua dignità, un valore che una fede matura deve sapere riconoscere e apprezzare. L’antidoto che il Salmo propone a una fede compulsiva e ossessionata dagli obiettivi e i risultati” (p. 135).

Nonostante la sua immobilità l’albero fiorisce, dice Gutierrez, e la fioritura indica lo sviluppo spirituale in termini qualitativi, non quantitativi, come invece suggerisce l’idea di crescita a cui spesso associamo tale processo. Inoltre, il riferimento al fiume, dice Gutierrez, propone un’immagine di Dio diversa, kenotica. La sua presenza accompagna la vitalità dell’albero lasciandogli il proscenio e accontentandosi del ruolo di comprimario: è l’albero il protagonista del Salmo.

Un percorso che merita di essere esplorato
Il percorso di 198 pagine che compongono il volume offre una prospettiva che spazia dalla teologia alla letteratura, dalla filosofia all’economia. Aiuta a capire che, nonostante la pretesa universalistica che come avventisti coltiviamo, in realtà occorre riconoscere che la diffusione dell’avventismo nel mondo determina modi diversi di viverlo e interpretarlo. Il contatto con le culture delle diverse aree del mondo implica una contaminazione benefica per la chiesa e la missione. Non possiamo e non dobbiamo ignorare i condizionamenti che ne derivano in quanto ci mettono in una relazione fiorente con i nostri simili, ci aiutano a temperare i limiti della nostra umanità che diventano deleteri anche nella virtù.

In questo l’avventismo europeo, e quello italiano in particolare, che Gutierrez delinea e descrive in tutto il percorso, non ha niente da invidiare ad altri avventismi. Anzi, possiede caratteristiche che possono aiutare a “salvare” un avventismo troppo autoreferenziale, eccessivamente votato alla performatività, che definisce “necrofiliaco”.

Slow Adventism. Ecclesiological Holzwege, pubblicato da Wipf & Stock, è disponibile in lingua inglese sul sito della casa editrice qui.

Giuseppe Cupertino
[Immagini: Pexels e DaveMeier su Pixabay.com, Wipf & Stock]


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