La speranza può essere palpabile e sfuggente allo stesso tempo, ragionevole e indipendente dalla logica. Eppure, questa indipendenza dalla logica non è sinonimo di indifferenza alla ragione, ma di vittoria
La speranza può essere palpabile e sfuggente allo stesso tempo, ragionevole e indipendente dalla logica. Eppure, questa indipendenza dalla logica non è sinonimo di indifferenza alla ragione, ma di vittoria su di essa. La speranza ha una sua logica, quella che cambia la vita in meglio.
Alina Kartman – Inizialmente, la ricerca psicologica sulla resilienza (persistenza psicologica attraverso le difficoltà della vita), postulava che la resistenza psicologica fosse “un’abilità straordinaria”, un tratto distintivo di solo pochi individui privilegiati. Oggi, invece, gli psicologi Malka Margalit e Orly Idan hanno notato che la comunità scientifica ha cambiato prospettiva e ha avanzato l’idea che la resilienza derivi dalla “magia quotidiana” delle risorse normative umane ordinarie. È interessante anche la definizione di questa resilienza: significa ottenere risultati positivi e inaspettati, più precisamente ottenere un comportamento funzionale nonostante i rischi di fallimento. Sebbene questa definizione possa sembrare un po’ fumosa se estrapolata dal contesto della sua evoluzione, è la prova che i ricercatori non vedono più la resilienza delle persone agli alti e bassi della vita come una caratteristica (che potresti avere o meno), bensì come il risultato di uno sviluppo della persona di fronte a circostanze rischiose o impegnative, che è normativo (cioè serve da lezione) per l’esperienza successiva.
Per un cristiano che è abituato a vedere nella speranza uno dei tre pilastri della sana spiritualità di cui parla l’apostolo Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, capitolo 13 – “fede, speranza e amore” – è molto istruttivo confermare questa comprensione con ciò che gli psicologi hanno scoperto sulla speranza.
La speranza si può imparare
Lo studio formale della speranza è legato al nome di Charles R. Snyder, uno psicologo americano che ha aperto la strada alla psicologia positiva, noto a livello internazionale per le sue ricerche sull’intersezione tra psicologia clinica, psicologia sociale e psicologia della personalità.
Snyder ha definito la speranza come “un modello di pensiero appreso”, un insieme di credenze e pensieri che si destreggiano tra due modi relativamente distinti di relazionarsi con il proprio obiettivo: il pensiero agente (si riferisce alla nostra determinazione a raggiungere l’obiettivo e si traduce in “posso raggiungere i miei obiettivi”) e il pensiero orientato al percorso (si concentra sulla nostra capacità di raggiungere diversi obiettivi e dice: “Posso pensare a molti modi per ottenere ciò che voglio”).
Snyder, come i suoi colleghi (Lopez, Shorey), ha affermato che esiste una relazione reciproca tra pensiero pieno di speranza e successo in vari campi: la speranza aiuta a raggiungere gli obiettivi e il raggiungimento degli obiettivi rafforza la speranza.

Snyder ha fatto un ulteriore passo avanti nella ricerca della speranza, voleva farne una radiografia quantitativa e, a tal fine, ha scoperto che la speranza ha tre componenti:
1. Stabilire alcuni obiettivi. Questo primo principio contraddice scientificamente il modo di dire che “il segreto di una vita felice è non avere aspettative”. Se una persona senza speranza potesse essere felice, allora questo detto potrebbe essere vero. Ma se abbiamo bisogno di speranza per raggiungere la felicità, la speranza per definizione implica avere aspettative, mirare a qualcosa;
2. Identificare modi efficaci per raggiungere i nostri obiettivi, per realizzare le nostre aspettative;
3. Trovare la motivazione per incamminarsi sulle strade che portano agli obiettivi da noi individuati.
A volte la speranza gode di una reputazione negativa, associata a un pio desiderio. Questo perché comporta una dose di rischio, un investimento emotivo in uno scopo e altre variabili che richiedono controllo, e talvolta sono soggette a leggi operative che sfuggono alla nostra gestione. Ma la speranza, per come la vede la scienza, è un costrutto affascinante in termini di vulnerabilità alla quale si espone la persona speranzosa.
La speranza è un costrutto molto complesso: può essere personale, interpersonale (cioè può richiedere l’intervento di altri) e può avere diverse strutture sociali. Può anche scaturire da un fallimento, purché integrato costruttivamente, come lezione.
La maggiore speranza è stata associata a elevate prestazioni accademiche e atletiche, a un migliore benessere fisico e psicologico, e a migliori relazioni interpersonali. Le persone che hanno un alto livello di speranza non reagiscono bloccandosi di fronte agli ostacoli che incontrano nel perseguire i propri obiettivi, ma li vedono come sfide da superare. Usano il pensiero orientato alla soluzione per trovare percorsi alternativi e raggiungere lo scopo desiderato.
La speranza ha una componente genetica ma è influenzata anche da fattori ambientali. Per esempio, uno studio relativamente recente ha dimostrato che molti sopravvissuti alla Shoah presentavano alterazioni permanenti e dannose della struttura del cervello, visibili alla risonanza magnetica, che potrebbero essere spiegate con il trauma subito durante la detenzione e la tortura. Ivan Rektor, neurologo della Repubblica Ceca e coordinatore della ricerca, afferma che le regioni cerebrali colpite sono responsabili della risposta a stress, memoria, motivazione, emozione, apprendimento e comportamento. Altrettanto interessante è che cambiamenti simili sono stati riscontrati anche nei figli e nei nipoti dei sopravvissuti, segno che gli effetti del trauma sono transgenerazionali. Un’idea nuova per i ricercatori scientifici, ma già conosciuta dagli studiosi della Bibbia.
È vero che gli psicologi sono persino riusciti a proporre una scala per misurare la speranza, contribuendo così alla sua oggettivazione scientifica. Ma anche gli sforzi più rispettabili fino ad oggi, come la scala di Snyder, sono esposti a vulnerabilità metodologiche, che gli esperti stessi riconoscono. Per quanto abbiano cercato di mappare le sue ramificazioni finora, la speranza ha ancora alcune radici sconosciute, che detengono un’aura misteriosa, addirittura mistica.
L’ignoto che avvolge la speranza e che cinge di mistero il modo esatto in cui la speranza riesce a risollevarci quando apparentemente non abbiamo risorse, è ciò che rende la nostra quotidianità più conoscibile e più facile da sopportare.
Nel conflitto tra le due grandi ideologie esistenziali, evoluzionismo e teismo, l’esistenza della speranza è un potente sostenitore dell’esistenza di Dio perché, da un punto di vista evolutivo, la speranza non dovrebbe esistere. Sebbene molti evoluzionisti la considerino un’usanza ancestrale, una preoccupazione di persone limitate in termini culturali, la speranza è ancora strettamente prerogativa degli individui. Solo le persone possono nutrirla, perché sono le uniche a beneficiare dei servizi vitali di un aggiornamento evolutivo: la ragione. Ma se l’uomo è al vertice della piramide evolutiva, in quanto il più avanzato degli animali, come mai un essere con così tanti punti di forza rispetto ai suoi antenati meno evoluti ha questo imbarazzante difetto chiamato “fede” in qualcosa di meglio? Se la speranza era un’illusione, come è arrivata l’umanità a coltivarla? Un evoluzionista potrebbe rispondere che la speranza è un’abilità sviluppata nel processo evolutivo di adattamento perché è utile all’uomo; la scienza è ricca di esempi sull’utilità della speranza per la nostra vita quotidiana, anche per la sopravvivenza. Tuttavia, se così fosse, gli evoluzionisti dovrebbero essere i primi apologeti della speranza nel mondo, invece dei grandi apostoli del nichilismo autodistruttivo che sembrano apparire oggi.

La speranza può essere appresa dagli altri
Gli psicologi evoluzionisti devono affrontare dissonanze ancora maggiori all’interno del loro ambito. Per Cecilia Heyes, professoressa di psicologia evolutiva a Oxford, l’immagine che alcuni psicologi evoluzionisti costruiscono e presentano della mente umana non è supportata dai risultati della ricerca sul campo. Heyes ha fatto riferimento alla caratterizzazione della mente come una raccolta di istinti cognitivi che si sono evoluti nel tempo e ha affermato che ciò contraddice i risultati degli studi che dimostrano che le persone hanno effettivamente “gadget cognitivi” costruiti durante lo sviluppo individuale e nelle loro interazioni con altre persone.
Non solo i modelli di pensiero, ma anche le emozioni possono sollevare domande altrettanto impegnative. Un esempio eloquente è la gratitudine (i cui effetti terapeutici e curativi non possono essere sottovalutati dallo scienziato): ha dimostrato di essere estremamente utile, anche per i più sani di noi. Per esempio, uno studio recente su giovani tossicodipendenti ha dimostrato che coloro i quali avevano la tendenza a mostrare gratitudine avevano anche maggiori possibilità di guarigione.
Speranza e gratitudine sembrano entrambe eredità di un altro mondo, costruito su coordinate del tutto estranee a quelle di un’evoluzione centrata sul conflitto, sulla sconfitta dei deboli, sulla morte. Allo stesso modo, l’amore e la fede, così estranei all’utilitarismo evolutivo, sembrano essere allusioni a un altro mondo, un mondo luminoso che, se esaminiamo attentamente e onestamente, non fornisce alcuna indicazione che potremmo averlo creato noi stessi o che potrebbe essere apparso per caso. E se non è apparso per caso ma con uno scopo, allora, da un punto di vista scientifico, abbiamo già assicurato la prima componente della speranza, abbiamo stabilito un obiettivo. Le altre due dipendono da noi.
(Alina Kartman è senior editor presso ST Network e Semnele timpului)
[Fonte: st.network. Traduzione: V. Addazio]




